Tony Laudadio: una bella anima che scrive

Dolore sotto chiave

Dopo la lettura di “L’uomo che non riusciva a morire” la voglia di conoscere meglio Tony Laudadio; per ora solo virtualmente, spero fisicamente tra non molto.

Quante volte sei morto nel tuo lavoro ? Come si affronta questa prova ?

La morte di un personaggio che interpreto è un evento abbastanza raro, al contrario di quanto si possa pensare. Persino Rosencrantz (in Rosencrantz e Guildenstern sono morti di Stoppard) di cui è prevista la morte da copione, nel mio caso – quando lo feci nel 1998 – moriva semplicemente uscendo di scena. Quindi non molte volte. Il problema è che in realtà si muore tutte le sere, sulla scena. Il pensiero stesso che la rappresentazione ha una vita sua propria che inizia e finisce, è la natura più profonda del teatro. E quando il personaggio termina, dice l’ultima battuta o esce di scena, in quel momento muore, e io – o una parte di me – muore con lui. La devo affrontare tutte le sere, questa tragedia, e ogni sera imparo un modo nuovo. Questa esperienza, il tema della conclusione, della fine, illumina molti dei miei pensieri. E molti di essi sono poi caduti nella pagina scritta, in particolare nell’ultimo romanzo. E’ la ricchezza che acquisisco con il recitare: la possibilità di vivere molte vite e anche di morirle.

Il protagonista. Perché Uomo ? 

Perché Uomo, e non un personaggio con un nome. L’idea era quella di far precipitare il lettore in una vicenda in cui tutti potrebbero trovarsi. Ognuno quindi doveva dare il proprio nome al narratore, sentirsi lui. Il generico Uomo è allo stesso tempo un invito a dare un proprio nome e la possibilità che sia un archetipo.

Perché uomo e non donna? Questa è una questione di consapevolezza: dovevo trattare una materia molto intima, in cui mi sarei trovato a confrontarmi con parti molto private di me, era difficile farlo con un alter ego femminile.

Il teatro: quale il tuo preferito ? Come vorresti che fosse vissuto oggi ?

Il mio teatro preferito è il teatro onesto e semplice, fatto di personaggi, di intrecci, di interiorità. E presentato senza trucchi e senza vanità. Ogni volta che a teatro percepisco che mi si vuol far vivere a tutti i costi un’emozione o vedere le cose in un certo modo o notare la bravura degli attori, mi fa l’effetto opposto, mi nego. Amo il teatro in cui gli attori condividono la messa in scena con gli spettatori in modo secco e moderno.

Tony Laudadio lettore. Quando e come leggi ?

Leggo tutti i giorni, soprattutto a letto, prima di dormire. Faccio letture disordinate, in genere, tranne quando mi innamoro di un autore e allora divento vorace solo di lui.

La voce, arma importante per te. L’intonazione, il ritmo. Come ti ha raccontato la tua storia contenuto in “L’uomo che non riusciva a morire”?

Trovare una propria voce narrativa è il risultato più alto che si possa sperare di raggiungere. Credo che chiunque scriva, sia sempre alla sua ricerca e che questa ricerca sia infinita. Tuttavia credo tu parlassi della voce intesa proprio come suono, la mia voce d’attore. E risulterà strano ma non c’è momento più silenzioso e muto, per me, di quando scrivo. Tendo a proiettare la voce nella mente ma non è un appoggio costante. Vale di più la scrittura in sé, la grafia, il segno, persino la forma delle lettere. La scrittura è quasi più una partitura musicale che un canto.

I libri nascono dalla necessità o dal piacere ? 

Il piacere è una necessità.

I sensi in relazione ai libri e al teatro. E’ importante sentire sulla propria pelle per poter trasmettere tramite parole e corpo ? Quale il tuo senso preferito ?

Non ho un senso preferito ma posso dire che, essendomi formato con la musica, direi che l’udito è quello con cui mi oriento meglio. Però senza olfatto e gusto, ad esempio, mi sentirei vuoto. La vista è il più usato e forse il più utile. Infine il tatto è il più erotico.

Il teatro è un’arte dei corpi, è l’unico luogo/momento in cui fisicamente ciò che percepisco è la sostanza stessa dell’arte. La scrittura veicola i sensi in modo più complesso, avendo sempre il filtro delle parole, della struttura, della rielaborazione e della memoria. Eppure ho sempre trovato più potente le sensazioni che scaturiscono da un libro che non quelle di qualsiasi altro momento, persino del momento teatrale, perché c’è una necessità di solitudine nella lettura (e nella scrittura) che acuisce le percezioni ed è addirittura seducente.

Se dovessi imparare a memoria un libro. Quale vorresti essere ? E un personaggio ?

Personaggi ne faccio tanti, non riesco a sceglierne uno. Se seguissi la mia natura, però, alla fine forse sceglierei Oblomov.

Faccio un uso spropositato della mia memoria, ho molta poesia a memoria e mi diverte ripetermi brani anche lunghi ogni tanto, per il puro gusto del verso. Però se dovessi, come in Fahrenheit 451, impararne a memoria uno solo credo che sarebbe un Dostoievskij, forse “Le notti bianche”.

Cosa trovi nel viaggio. Ogni giorno o quasi una città diversa. Quali sono i particolari che porti dentro di te di un luogo e della gente ? E quali sai possono finire in un libro ?

Non so mai, prima, cosa potrebbe finire in un libro. In generale quello che cade dentro un racconto, vuol dire che è funzionale alla storia del personaggio che intendo raccontare.

Il viaggio non è mai un concetto geografico per me, quanto mentale. Prendere un treno, una macchina o un aereo, non significa viaggiare. Il vero viaggio consiste nel perdersi e nel ritrovarsi. E questo accade più spesso con le persone che con i luoghi. E però ci sono luoghi che, innegabilmente, hanno un’energia che è inspiegabile sul piano razionale. Quelli li cerco e me ne nutro. Sono molto attratto dalle forme delle strade, dal reticolo urbano, mi piace farmi un’idea della città come guardandolo a volo d’uccello. E la gente non la trovo mai uguale. Ho trovato persone molto simile a distanze siderali sul piano geografico. Non esistono i popoli o le razze o le nazioni. Per me esistono solo gli individui.

Italia. Enorme, potente, sgonfia anche. Piegata sotto le sue opere artistiche imponenti. Tu come la vedi ?

Penso che ci sono tanti problemi e che la realtà, soprattutto sul piano culturale, sia deprimente. Tuttavia raramente accetto di parlare in maniera distruttiva del nostro paese, non amo accodarmi a un’opinione che ormai è luogo comune. Provo a ribaltare le negatività, spesso anche andando contro il buon senso, me ne rendo conto. Ma ci sono anche dati oggettivi di una fortuna enorme che noi italiani abbiamo e che non possiamo non mettere nel conto quando ci viene richiesta una valutazione complessiva.

Se dovessi dare una colonna sonora al tuo libro ? e associarlo ad un quadro ?

Su un quadro avrei molti dubbi ma forse andrei comunque su uno dei miei preferiti: Chagall. Nel libro c’è una colonna sonora citata ed è Cheek to cheek di Fred Astaire. Ha tutta la leggerezza e la malinconia che ci vuole per accompagnare quelle parole.

Su un quadro avrei molti dubbi ma forse andrei comunque su uno dei miei preferiti: Chagall.

Grazie infinite

Giorgia

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...