Vincenzo Perna, colui che da voce italica a Wendell Berry

Capita di aver voglia di confrontarsi con il traduttore dei libri che ami.

Wendell Berry da qualche tempo è entrato nella mia vita, grazie anche alla bravura del traduttore Vincenzo Perna.

Ecco qui alcune curiosità che ho voluto colmare direttamente rivolgendomi a quest’ultimo, grazie per la disponibilità, anche della casa editrice Lindau.

  • Cosa significa tradurre ?

Traghettare una storia e dei personaggi da un mondo a un altro. Con tutte le possibilità, le responsabilità e i rischi che ciò comporta.

  •  Dopo essere entrato nel mondo di Wendell Berry cosa ci può dire ? quale ne è la sua impressione ?

Wendell Berry è uno scrittore abbastanza complesso, nel senso che è un grande romanziere ma anche un poeta e saggista. Mi ha colpito l’unitarietà del suo pensiero, nel senso che i suoi saggi articolano e argomentano la visione del mondo incarnata dalle sue storie e dalle sue poesie. Quindi i romanzi di Berry sono godibilissimi, ma pieni di riflessioni sul posto dell’uomo nel mondo e sul rispetto della vita (di uomini e donne, ma anche di animali e piante). Berry è più che un semplice romanziere che ha trovato un filone da sfruttare: è un individuo e scrittore che ha scelto di radicare se stesso e le sue storie nel luogo in cui è nato, riflettendo sul destino e sulle tragedie del mondo dal punto di vista della periferia. È una posizione scomoda che può essere facilmente accusata di passatismo e utopismo, ma nonostante tutto molto coerente.

Per quanto riguarda le storie di Berry, dopo vari libri tradotti, sono colpito dall’ingegnosità dei romanzi del ciclo di Port William, la cittadina non troppo immaginaria in cui ambienta quasi tutti i suoi libri. Non era un’idea nuova (pensa a un altro scrittore del sud come Faulkner), e all’inizio nemmeno prevista. Ma un po’ alla volta Port William è diventata un crocevia di storie che si sono arricchite, intrecciate, complicate, con personaggi che ricompaiono in diverse fasi della loro vita attraverso romanzi diversi. Una ragione in più, secondo me, per leggere altri libri di Berry dopo che hai letto il primo.

Naturalmente i romanzi che raccontano del mondo contadino non li ha inventati Berry. Ma i suoi libri hanno una forza particolare perché guardano a quel mondo e ai suoi personaggi per così dire dall’interno. È un mondo minore e in apparenza perdente di fronte alle tragedie della guerra, ai drammi e alle trasformazioni del mondo, ma in realtà più solido di quello urbano con le sue mode del momento. E se guardi i trend degli ultimi anni, dal successo di manifestazioni come Terra Madre fino ai giovani che, un po’ per necessità e un po’ per convinzione, tornano a coltivare la terra, direi che le idee di Berry non sembrano tanto antiquate e utopiche.

wendell
Ph. Voglio Scrivere di Te

 

  • Ci sono parole che ritornano in Berry ? Quali l’hanno colpita maggiormente ?

Sì, e sono spesso parole legate al mondo rurale. Una è thrifty, che in generale vuol dire “economico”, “a buon mercato” (thrift shops sono quei negozietti di roba di seconda mano venduta per beneficenza), ma nell’uso di Berry significa “parco”, “parsimonioso”. Vuol dire vivere in maniera parsimoniosa dell’essenziale rifiutando l’inessenziale, non tanto per una scelta estetica, ma per rifiutarsi di alimentare la catena di problemi generati dal consumo del superfluo: indebitarci per comprare cose di cui possiamo fare a meno, depauperare le risorse finite della terra, sprecare energie non rinnovabili, inquinare il pianeta. Pensa alle montagne di imballaggi, di roba inutile e rotta, o semplicemente usa-e-getta che ogni giorno finiscono nell’immondizia… È una visione che ricollego a un’immagine del vecchio mondo contadino (io sono cittadino al 100%, ma la famiglia di mio padre era di origini contadine): vivi di ciò che hai, rispetta la natura, non sprecare, tratta le cose con cura, aggiustale se puoi.

Un altro termine collegato, che non conoscevo e che Berry impiega spesso è husbandry, da to husband, nel senso di “amministrare”, “gestire saggiamente”, riferito alla terra. Berry, che è nell’intimo un agricoltore, è convinto che la cosa più importante non sia tanto proteggere la natura a oltranza, ma utilizzarla con saggezza, cercando di sfruttarla a nostro vantaggio con rispetto e senza impoverirla, creando le premesse perché possa rigenerarsi all’infinito – il che è possibile, non è affatto un’utopia. In pratica, è l’idea dell’agricoltura sostenibile: quando Berry dice che “mangiare è un atto agricolo” (sì, la frase l’ha inventata lui, non quelli di Eataly!), dice che il nostro atteggiamento di consumatori influenza l’agricoltura.

Mi rendo conto che quello sulla parsimonia è un discorso difficile da accettare in un mondo come il nostro che è esattamente l’opposto, dove tutto ti spinge a consumare e anzi ti dice che esisti perché consumi, per noi che viviamo un ambiente totalmente artificiale in cui le cose (non solo gli oggetti, ma anche il cibo) esistono semplicemente sugli scaffali dei negozi, totalmente disconnesse dal luogo e dalle persone che le hanno prodotte: in apparenza l’unico problema è avere abbastanza soldi per poterci togliere lo sfizio di comprarle. Invece l’idea di fondo di Berry è che l’uomo non è il padrone del mondo, ma soltanto il suo custode: il suo compito è gestire il mondo (to husband) per le generazioni future perché possano farne ancora uso e affidarlo a chi viene dopo di loro, non lasciare loro in eredità terra morta, fiumi inquinati e cumuli di rifiuti in nome della crescita. Se però leggiamo Berry alla luce della crisi economica degli ultimi anni, dei problemi ambientali e dei discorsi sulla decrescita industriale, della tendenza attuale al riciclo e al riuso, mi pare che il suo messaggio sia assolutamente attuale.

Per converso, condivido l’orrore di Berry per l’uso superficiale del linguaggio, per quello che lui chiama un utilizzo “insensato o sempre più distruttivo del linguaggio” collegato alla disintegrazione dell’individuo e delle comunità. A parte il fatto che nutro anch’io un’antipatia profonda per l’uso della lingua per occulta il senso, il discorso di Berry fa venire in mente l’antilingua di Calvino. Lui si riferiva al linguaggio burocratico degli anni ’60, ma naturalmente oggi si potrebbero fare mille altri esempi: i media, la pubblicità, l’economia, le istituzioni, e soprattutto la politica parlano tutti l’antilingua. Anche qui sarebbe necessaria un’ecologia della comunicazione.

  • Quali sono i confini della nostra lingua e le libertà della lingua di Wendell Berry ? o viceversa …

Ogni lingua ha le sue libertà e i suoi confini. In generale la lingua di Berry non è particolarmente difficile, perché l’autore persegue semplicità e immediatezza – il che non vuol dire che per lui sia stato così facile ottenerle. Il mio obiettivo qui era cercare di rendere quella semplicità, che nella nostra lingua ovviamente si esprime in strutture sintattiche molto diverse. È stato sicuramente impegnativo tradurre i dialoghi, sia per la loro forma (siamo nel sud degli Stati Uniti, un mondo peculiare e molto diverso da quello super-urbanizzato di New York e Los Angeles), che per la necessità di comunicare quell’immediatezza in italiano. Poi c’era la grande quantità di parole riguardanti il mondo contadino, in particolare la flora e la fauna: questo ha significato ricerche sulla natura del luogo e il tentativo di rendere quei nomi comprensibili a un italiano. Voglio dire che devi trovare il nome di un uccello o di una pianta che richiami qualcosa che il lettore italiano può riconoscere, capire, immaginare. Questo ti dà un esempio delle difficoltà del tradurre, che come dicevo significa traslare, mediare da un mondo a un altro, non semplicemente trovare la parola corrispondente. Perché spesso le parole corrispondenti non esistono, neppure tra due lingue e culture relativamente vicine come le nostre.

  • Quali sono gli scrittori che l’hanno formata come lettore e traduttore ?

Come traduttore non so, potrei dire tutti quelli che ho tradotto, che mi hanno sempre insegnato qualcosa. Sicuramente Berry, di cui ormai sono arrivato al sesto libro, poi Chesterton, Dickens, Fitzgerald… Ma sono state importanti anche le traduzioni di testi anonimi, e a volte le revisioni di lavori altrui, che mi hanno permesso di apprezzare e riflettere sulle soluzioni scelte da altri traduttori. Potrei citare qui Damiano Abeni (che in realtà di mestiere fa il medico), di cui ho rivisto la traduzione di Vorrei mostrarti di più, un magnifico libro di racconti scritti dall’americana Jamie Quatro uscito l’anno scorso.

Come lettore, be’, è difficile dirlo. Sicuramente mi hanno molto influenzato quegli scrittori che hanno cercato “la semplicità che è difficile a farsi” (è una frase di Brecht, autore che non amo particolarmente): potrei citare ancora Calvino, Gianni Celati, o Hemingway. Ho amato moltissimo il linguaggio febbricitante di Céline, i suoi dialoghi assurdi eppure così naturali. Ma sto soltanto parlando di autori che sono stati importanti per me: non penso di essere in nessun modo alla loro altezza, e non so dirti se alla fine abbiano influenzato il mio modo di tradurre. Però mi rendo conto che sto ancora parlando di traduzioni: molti di quegli autori li ho apprezzati da giovane in italiano attraverso le voci di Fernanda Pivano, di Giuseppe Trevisani e Vincenzo Mantovani, e per quanto riguarda Céline di Alessio e di Ferrero. Quindi puoi renderti fino a che punto chi non legge in lingua originale – cioè tutti, perché nessuno legge tutte le lingue – possa essere influenzato non soltanto dagli autori stranieri, ma anche dai loro traduttori.

  • Ci sono rimpianti nella traduzione ?

Sempre. Tutte le volte che riapro un libro che ho tradotto mi pento di qualcosa, penso che avrei potuto scrivere la frase in un altro modo o usare una parola diversa. Ma come in tutte le cose umane, il perfezionismo alla fine ti distrugge, per cui devi accettare i tuoi limiti. Quindi, come fa uno scrittore, alla fine mandi il file all’editore e quello è quanto. Da quel momento in poi il libro vive di vita sua.

  • Se dovesse dare un colonna sonora, un’immagine e un odore alla saga di Wendell Berry cosa ci potrebbe suggerire ?

Io sono piemontese, e il Kentucky di Berry lo immagino molto simile al Piemonte, magari senza le Alpi, ma con molte colline, molto verde, pieno di boschi e fiumi. Gli odori sono tanti: tabacco e whisky, la legna che brucia, l’odore degli animali e lo scarico dei trattori, i prati bagnati la mattina presto e il fieno d’estate. Per la musica, ti direi gli inni delle chiese protestanti, le ballate di Woody Guthrie e forse anche la musica country, anche se sono sicuro che Berry rifiuterebbe il sentimentalismo pseudo tradizionale di molta di questa musica.

 

 

 

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