Le Otto Montagne ovvero come stare nei miei scarponi.

A Mio Padre

Giancarlo Strada

con tutto l’amore di una figlia

Chiudo le ultime pagine di “Le Otto Montagne” e mi accorgo di credere assolutamente alla verità della storia narrata che ha il sapore di autobiografico unico alla fiction.

Confermo alla mia mente che Paolo Cognetti ha saputo raccontarmi una bella storia, anche se a metà libro ho esitato e avuto dubbi.

 

otto
Ph. Voglio Scrivere di Te
Seguo da anni lo scrittore è ho trovato molto più coinvolgenti altri libri o saggi, ma una cosa mi si è attaccata dentro e ha fatto di questa lettura un solco nell’anima.

La mia infanzia mi ha vista spesso in montagna con la mia famiglia, abbiamo scalato, forse non ai livelli di Cognetti, forse non alle stesse altitudini e spesso aiutati anche dai  mezzi meno faticosi, ma ci sono immagini, sensazioni che ho risentito e che mi hanno fatto capire quanto quel tempo mi ha regalato un’immagine di mio padre e di ciò che sono che ancora persiste.

Montagna per me ha sempre significato condivisione familiare, roccia da scalare, mio fratello sulle spalle di mio padre, la fila indiana per salire, lo zainetto, la borraccia, gli scarponi, il bastone di legno per aiutarsi nella salita, intagliato e picchettato dalle targhette delle cime scalate. Il cambiamento climatico repentino, i bars caldi dove sorseggiare un thè o una grappa per i grandi. Il latte appena munto e fatto bollire, le bestie, le famiglie numerose, l’odore dello sterco e la forma delle cacche delle mucche.

Ogni volta che, oggi, mi dirigo verso una località che ha un minimo di altura, dove intravedo le vacche al pascolo risento e rivedo i colori del Trentino e del Veneto che tanto mi hanno accompagnata nella mia infanzia.

Un’infanzia che ha portato una grossa perdita, mia madre, e che ha fatto di mio padre un uomo che ha saputo prendere in mano la sua vita, a meno di trent’anni e a capire che poteva esserci ancora un futuro: scalare, rimanere al passo, mettere un piede davanti all’altro e credere in un domani che porta via con sé il passato, come i pesci citati da Cognetti nel suo romanzo.

Guardare sempre  la cima, guardare sempre da dove arriva la corrente del fiume, lì risiede la  vita e il futuro, il resto è già oltre, è già passato.

Questa è l’immagine che ricordo di mio padre, oggi questo non lo vedo più, noto che, stanco di rimanere nuovamente solo ha ceduto al compromesso più grande, non vede più il futuro come allora, ma si accontenta che il giorno che vive sia ancora degno, che il suo corpo lo accompagni e non ceda irrimediabilmente, questo mi crea rabbia.

Due immagini, un padre che ancora sapeva mettere un piede davanti all’altro e uno che si è arreso. Vivo emozioni contrastanti, ma mi guardo, mi ascolto e ricerco costantemente le storie che parlano della montagna, delle scalate. Sento me piccola, quando le leggo, quando riesco a raggiungere un altro traguardo con i miei attuali scarponi e i miei polmoni acciaccati.

E il mio cuore piange, qualche volta, per quel senso di forza che sentivo, perché contavo su di lui, perché era il mio faro, colui che mi ha insegnato ad oltrepassare le ferite e procedere a testa alta.

Mi piacerebbe mettere gli scarponi e camminare ancora con lui.
Forse questa estate lo potrei fare ?!

Al mio cuore !

Una coccola

G.

PS: chissà se tutto questo è frutto dei ricordi o della fantasia !

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